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Estetica della miseria

Da La realtà e lo sguardo di Uliano Lucas e Tatiana Agliani (Einaudi, 2015).
Va riconosciuta a Ando Gilardi la progenitura di certi pensieri e dubbi sul Concerned Photographer, ricordo che queste cose le diceva negli anni ’70.
Il testo originale è qua http://niemanreports.org/articles/photojournalism-at-a-crossroads/
La realtà e lo sguardo
La realtà e lo sguardo è un bel saggio di Uliano Lucas e Tatiana Agliani; un libro prezioso, una storia documentata, precisa e preziosa del fotogiornalismo in Italia. Una storia preziosa di cui ben conosco certi anni per esserci passato dentro, gli anni ’70, e mi ci sono ritrovato e ringrazio Uliano e Tatiana di aver scritto e raccontato quegli anni prima della totale perdita di memoria.
Quasi un romanzo, ma reale e senza invenzioni letterarie, è il racconto dei fotografi del Jamaica: Mario Dondero, Carlo Bavagnoli, Ugo Mulas.
Ho ritrovato i nomi dei colleghi con cui mi sono ritrovato spesso sulla stessa scena e condiviso molti momenti cruciali di quegli anni e anche tanti momenti minimi che fanno la nostra storia ancora abbastanza vicina e non ancora digerita.
E li ringrazio per le visioni del momento attuale, e della difficile e improbabile evoluzione che sta avendo il fotogiornalismo e la professione reporter. E poi il racconto dell’editoria, dei giornali, le agenzie di distribuzione di fotografie, dei mutamenti di questi anni. Un’analisi spietata del reportage che non ha più modo di essere per il modificarsi del mercato editoriale e della distribuzione delle fotografie, dove ormai sembra che tutto possa essere “illustrato” con immagini d’archivio, di “stock”. Nelle ultime pagine del libro analizzando la condizione del fotoreporter suona la campana da morto sul fotogiornalismo riporto questa frase che precisa lo stato delle cose:
Uliano Lucas, Tatiana Agliani. La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia.
Einaudi, 2015
La coerenza nelle scarpe
La Stampa fa gli auguri a Sebastiao Salgado per i 72 anni e accidenti si tira dentro subito un bel refuso “buon scarpe”. A parte questo mallevolo e svagato refusino mette una citazione del Salgado: “Per un fotografo è più importante avere delle buone scarpe, che una buona macchina fotografica” va be’ dai è una cazzata, le buone scarpe sono la cosa più importante per tutti. Una sciocchezza ad uso PR, buona per fare i titolini o come frase famosa per fare il primino, ma è innanzitutto una bugia, il Salgado fa finta ancora di giocare a fare il reporter senza macchia e senza bandiera, perché poi sa bene di lavorare con un’equipe che gli garantisce una certa postproduzione al materiale grezzo (o raw se preferite) che produce. I file RAW, almeno così risulta dalla letteratura che si può trovare in rete, sono sviluppati con DXO* Film Pack, un’applicazione che permette di applicare ai file digitali il modus e la grana delle pellicole tradizionali, e pare che Salgado sia molto affezionato alla grana della Kodak Tri-X. Insomma Salgado lavora in stretto contatto e presumo anche sponsorizzato dai produttori di fotocamere, che in diversi momenti sono e sono state: Leica, Pentax, Canon. In tutto questo non c’è niente di male anzi, è un professionista e un professionista lavora con il meglio e con chi gli permette di fare quello in cui crede, è solo una cosa stupida far finta di lavorare con macchinette paragonabili a scarpacce. Racconta favole come a ricoprire di leggenda il suo modo di fare ed essere, per questo lo trovo falso, ipocrita, artefatto, costruito, poco emozionale, sì anche antipatico.
* uso anch’io DXO Film Pack un ottimo programma che permette in postproduzione di simulare certe pellicole fotografiche.

Anarchico senza fissa dimora
” Anarchico senza fissa dimora … ” così è definito Mario Dondero, scomparso alcuni giorni fa, nel bel libro di Uliano Lucas e Tatiana Agliani “La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia”

Mario, Ugo, il Carlone e Luciano
Addio a Mario Dondero, 87 anni, grande reporter. Lo ricordo con un passo da “La vita agra” (1962) di Luciano Bianciardi: “…le stanze affittate al numero otto, terzo piano, erano tre: la nostra – di me e di Carlone – nel mezzo, fra quella di Ugo e Mario, e quella dei pelotari, cioè Aldezabal, Gazaga detto braccio di ferro e Barranocea.”
Ugo è Ugo Mulas, Mario è Mario Dondero, Carlone è Carlo Bavagnoli che nel 1964 verrà assunto da Life caso unico per un fotografo italiano. Aldezabal, Gazaga, Barranocea sono i giocatori di pelota dello sferisterio di via Palermo.
La pensione è quella della signora Maria Tedeschi come ricorda Dondero: “ … quando Bianciardi venne chiamato a Milano, la prima porta cui bussò in cerca d’alloggio fu la nostra, semplici inquilini della pensione della signora Maria Tedeschi, la signora De Sio de “La vita agra” al n. 8 di via Solferino, piena di materna comprensione per le nostre giovani esistenze.” (M. Dondero, Un certo stile – Consigli per sopravvivere meglio. Dialoghi con Luciano, «Diario», 20 dicembre 2002)
Mario Dondero in una foto di Elisa Dondero
Orson Welles, Elsa De Giorgi e Pasolini in una foto di Dondero sul set de “La ricotta” (1963).
Il fotografo è Irving Penn!

È un’affermazione e non chiede di esser messa in dubbio o discussa, è così e basta. Perchéee? Perché Irving Penn ha sempre affrontato in modo creativo tutti gli incarichi che ha avuto, ha sempre risolto in modo prima non visto quello che ha avuto da fotografare, per questo i suoi lavori continuano a essere esempio a cui ispirarci o proprio copiare. Penn fa parte del patrimonio genetico dei fotografi. Penn ha saputo conciliare e impegnarsi in diversi generi della fotografia e allo stesso modo e con pari impegno ha saputo conciliare il suo fare la professione al suo essere fotografo dedicandosi alle proprie ricerca, ai propri interessi, con la medesima energia e creatività. Le fotografie della serie “Cranium Architecture” realizzate tra il 16 e il 20 giugno 1986 al Narodni National Museum di Praga, fotografie poco viste rispetto a suoi lavori più famosi, sono quanto di più preciso nella definizione di Irving Penn Fotografo.





Per i puristi (reloaded)
Oggi ti ripropongo un vecchio post.
Lo scrissi subito dopo aver trovato questa immagine: uno splendido esempio di come si lavorava prima dell’avvento del digitale ed un interessante documento per chi spesso discute sul tema della postproduzione delle fotografie.
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Quante appassionate discussioni sull’opportunità o meno di intervenire sulle immagini digitali. Da una parte i puristi del “non si tocca nulla”, dall’altra gli smanettoni.
E’ curioso, ma secondo me, la diatriba non ha molto senso.
La postroduzione è sempre esistita e la questione eventualmente non sta negli aspetti tecnologici ma nella “misura”, nella capacità di trovare il giusto limite oltre il quale non andare.
A parte il fatto che anche in molte altre forme d’arte si può parlare tranquillamente di postproduzione, e senza problemi di tabù (pensiamo alla musica, al cinema ma anche alla stessa pittura), comunque la fotografia ha avuto fino dai suoi albori il processo dell’immagine tra le sue caratteristiche peculiari.
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Il Deutsches Institut für Normung e il signor Ventun Din fotoamatore
Il Deutsches Institut für Normung (Istituto tedesco per la standardizzazione, abbreviato e meglio noto come DIN) è una organizzazione tedesca per la definizione di standard. Fino a una ventina di anni fa sulle confezioni di pellicola fotografica era indicata la sensibilità con i valori in DIN oltre che in ASA, sigla che sta per American Standards Association. Ora le due sigle sono state abbandonate e la sensibilità è indicata solo in ISO sigla per International Organization for Standardization. ASA e ISO corrispondono, 100 ASA e 100 ISO sono la stessa cosa. La scala della sensibilità ISO è la seguente 50-100-200-400-800-1600-3200 … e così a seguire. I valori raddoppiano e a ogni scalino corrisponde uno stop o un valore intero di diaframma o un valore intero di tempo di posa. Questo vuol dire che se scattiamo una fotografia con sensibilità 100 ISO con diaframma 8 e con tempo di posa 1/60 possiamo scattare la stessa foto identica con sensibilità 200 ISO con diaframma 8 e con tempo di posa 1/125 e ancora la stessa identica fotografia con sensibilità 200 ISO con diaframma 11 e con tempo di posa 1/60. La scala DIN invece andava di 3 in 3 cioè indicava una sensibilità più alta o più bassa con una scala che ad ogni scalino salta di 3 e quindi i valori di sensibilità con la scala DIN sono i seguenti: 18-21-24-27-30-36 ecc. tra 18 e 21 c’è uno scalino che corrisponde a uno stop cioè un valore intero di diaframma o tempo di osa. ASA/ISO e DIN hanno una corrispondenza, a 50 ISO corrisponde 18 DIN e a 100 ISO corrisponde 21 DIN, qua sotto la scala con le corrispondenze 50 – 18 100 – 21 200 – 24 400 – 27 800 – 30 e via di seguito. Ecco un esempio qua sotto la confezione di una pellicola Agfa prodotta nel 2002 con indicato il valore in ISO e l’equivalente valore in 21 DIN.
100 ISO e 21 DIN erano una sensibilità “classica”, una pellicola molto usata e quel 21 DIN diventava un ventundin. Così Bruno Bozzetto nel 1972 inventa il signor Ventun Din fotoamatore, una molto divertente presa in giro degli appassionati fotografi in un introvabile libro edito da Il Castello, qua una motion con il libro http://www.in-sonya.com/ventun.htm
Laika non è Leica
Quante volte per dire la Leica intesa come la Leica, per esempio questa Leica IIIf (1950-1957) declinata poi in svariati altri modelli,

ci viene spontanea una improbabile pronuncia Laika, che invece è questa,

imbarcata sullo Sputnik II e lanciata in orbita il 3 novembre 1957. La capsula era attrezzata per il supporto vitale e portava cibo e acqua, ma non prevedeva il rientro, quindi la sorte di Laika era segnata fin dall’inizio della missione. Non sì è mai saputo con precisione quanto ha vissuto in orbita e allora a memoria e omaggio va bene se ogni tanto sbagliamo e pronunciamo Laika al posto di Leica.

