La realtà e lo sguardo è un bel saggio di Uliano Lucas e Tatiana Agliani; un libro prezioso, una storia documentata, precisa e preziosa del fotogiornalismo in Italia. Una storia preziosa di cui ben conosco certi anni per esserci passato dentro, gli anni ’70, e mi ci sono ritrovato e ringrazio Uliano e Tatiana di aver scritto e raccontato quegli anni prima della totale perdita di memoria.

Quasi un romanzo, ma reale e senza invenzioni letterarie, è il racconto dei fotografi del Jamaica: Mario Dondero, Carlo Bavagnoli, Ugo Mulas.

Ho ritrovato i nomi dei colleghi con cui mi sono ritrovato spesso sulla stessa scena e condiviso molti momenti cruciali di quegli anni e anche tanti momenti minimi che fanno la nostra storia ancora abbastanza vicina e non ancora digerita.

E li ringrazio per le visioni del momento attuale, e della difficile e improbabile evoluzione che sta avendo il fotogiornalismo e la professione reporter. E poi il racconto dell’editoria, dei giornali, le agenzie di distribuzione di fotografie, dei mutamenti di questi anni. Un’analisi spietata del reportage che non ha più modo di essere per il modificarsi del mercato editoriale e della distribuzione delle fotografie, dove ormai sembra che tutto possa essere “illustrato” con immagini d’archivio, di “stock”. Nelle ultime pagine del libro analizzando la condizione del fotoreporter suona la campana da morto sul fotogiornalismo riporto questa frase che precisa lo stato delle cose:

_DSC6623 copiaUliano Lucas, Tatiana Agliani. La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia.

Einaudi, 2015

La Stampa fa gli auguri a Sebastiao Salgado per i 72 anni e accidenti si tira dentro subito un bel refuso “buon scarpe”. A parte questo mallevolo e svagato refusino mette una citazione del Salgado: “Per un fotografo è più importante avere delle buone scarpe, che una buona macchina fotografica” va be’ dai è una cazzata, le buone scarpe sono la cosa più importante per tutti. Una sciocchezza ad uso PR, buona per fare i titolini o come frase famosa per fare il primino, ma è innanzitutto una bugia, il Salgado fa finta ancora di giocare a fare il reporter senza macchia e senza bandiera, perché poi sa bene di lavorare con un’equipe che gli garantisce una certa postproduzione al materiale grezzo (o raw se preferite) che produce. I file RAW, almeno così risulta dalla letteratura che si può trovare in rete, sono sviluppati con DXO* Film Pack, un’applicazione che permette di applicare ai file digitali il modus e la grana delle pellicole tradizionali, e pare che Salgado sia molto affezionato alla grana della Kodak Tri-X. Insomma Salgado lavora in stretto contatto e presumo anche sponsorizzato dai produttori di fotocamere, che in diversi momenti sono e sono state: Leica, Pentax, Canon. In tutto questo non c’è niente di male anzi, è un professionista e un professionista lavora con il meglio e con chi gli permette di fare quello in cui crede, è solo una cosa stupida far finta di lavorare con macchinette paragonabili a scarpacce. Racconta favole come a ricoprire di leggenda il suo modo di fare ed essere, per questo lo trovo falso, ipocrita, artefatto, costruito, poco emozionale, sì anche antipatico.

* uso anch’io DXO Film Pack un ottimo programma che permette in postproduzione di simulare certe pellicole fotografiche.

salgado 72 anni

Addio a Mario Dondero, 87 anni, grande reporter. Lo ricordo con un passo da “La vita agra” (1962) di Luciano Bianciardi: “…le stanze affittate al numero otto, terzo piano, erano tre: la nostra – di me e di Carlone – nel mezzo, fra quella di Ugo e Mario, e quella dei pelotari, cioè Aldezabal, Gazaga detto braccio di ferro e Barranocea.”
Ugo è Ugo Mulas, Mario è Mario Dondero, Carlone è Carlo Bavagnoli che nel 1964 verrà assunto da Life caso unico per un fotografo italiano. Aldezabal, Gazaga, Barranocea sono i giocatori di pelota dello sferisterio di via Palermo.
La pensione è quella della signora Maria Tedeschi come ricorda Dondero: “ … quando Bianciardi venne chiamato a Milano, la prima porta cui bussò in cerca d’alloggio fu la nostra, semplici inquilini della pensione della signora Maria Tedeschi, la signora De Sio de “La vita agra” al n. 8 di via Solferino, piena di materna comprensione per le nostre giovani esistenze.” (M. Dondero, Un certo stile – Consigli per sopravvivere meglio. Dialoghi con Luciano, «Diario», 20 dicembre 2002)

103895-mdMario Dondero in una foto di Elisa Dondero

DonderoOrson Welles, Elsa De Giorgi e Pasolini in una foto di Dondero sul set de “La ricotta” (1963).

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È un’affermazione e non chiede di esser messa in dubbio o discussa, è così e basta. Perchéee? Perché Irving Penn ha sempre affrontato in modo creativo tutti gli incarichi che ha avuto, ha sempre risolto in modo prima non visto quello che ha avuto da fotografare, per questo i suoi lavori continuano a essere esempio a cui ispirarci o proprio copiare. Penn fa parte del patrimonio genetico dei fotografi. Penn ha saputo conciliare e impegnarsi in diversi generi della fotografia e allo stesso modo e con pari impegno ha saputo conciliare il suo fare la professione al suo essere fotografo dedicandosi alle proprie ricerca, ai propri interessi, con la medesima energia e creatività. Le fotografie della serie “Cranium Architecture” realizzate tra il 16 e il 20 giugno 1986 al Narodni National Museum di Praga, fotografie poco viste rispetto a suoi lavori più famosi, sono quanto di più preciso nella definizione di Irving Penn Fotografo.

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